Atlante, figlio di Giapeto e Asia, fu condannato a sorreggere il cielo con la testa e le mani per aver appoggiato i Titani nella loro battaglia contro Zeus. Ebbe diverse relazioni amorose:

    • con Pleione generò le Pleiadi, che, perseguitate da Orione, furono trasformate in stelle da Zeus;
    • con Etna ebbe le Iadi, la cui comparsa nel cielo segnava l’inizio della stagione delle piogge;
    • infine, con Esperide diede alla luce le Esperidi, custodi del giardino della Mauritania, dove cresceva l’albero dai leggendari pomi d’oro.

Statua di Atlante in cima alla Schloss Linderhof. – Wikipedia, pubblico dominio

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In alcune tradizioni si distinguono tre figure di Atlante: quello africano, quello italiano e quello arcade, padre della ninfa Maia e quindi nonno di Mercurio. Tuttavia, nella mitologia classica, Atlante è descritto come un gigante, figlio di Giapeto e Climene.

Secondo un’antica leggenda, per aver preso parte alla rivolta dei Giganti contro Zeus, fu condannato a sorreggere il cielo, che, come narra Omero, si reggeva grazie a due colonne poste al centro dell’Oceano Atlantico.

Atlante compare in numerosi miti, tra cui quello legato all’undicesima fatica di Ercole. L’eroe chiese il suo aiuto per raccogliere tre mele d’oro dal giardino delle Esperidi. Il gigante accettò, ma in cambio volle che Ercole sostenesse temporaneamente il cielo al suo posto. Una volta libero da quel peso, però, Atlante si rifiutò di riprenderselo. Con astuzia, Ercole finse di accettare la sua sorte, chiedendo solo un momento per sistemarsi meglio un cuscino sulle spalle. Atlante, ignaro dell’inganno, riprese il cielo sulle proprie spalle, permettendo così a Ercole di fuggire con le mele.

Un’altra leggenda racconta che Atlante fu trasformato in pietra da Perseo, il quale gli mostrò la testa della Medusa, pietrificandolo all’istante.

“Atlante, quei che su le bronzee spalle
sostiene il ciel, dei Numi antichi albergo,
da una Dea generò Maia, che a Giove
me procreò, ministro ai Numi, Ermète.
E a Delfi or giungo, dove l’umbilico
de la terra fissò Febo, e ai mortali
pel presente e il futuro auspíci canta.
Ché fra gli Elleni sorge una città
non ignobile, ed ha nome da Pàllade
dall’asta d’oro, dove Febo a nozze
forzò Creúsa, figlia d’Erettèo,
dove sorgon le rupi a Borea volte,
cui de l’Èllade i prenci eccelse chiamano;”

da: Iòne, una tragedia di Eurìpide
Stralcio testo tratto da Wikisource e rilasciato con licenza CC BY-SA 4.0

 

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